Non si muore tutte le mattine

di andrea porcheddu

L’apertura è folgorante, il ritmo trascinante, la vertigine della parola vola a mitraglia quasi che un Marinetti fosse sul palcoscenico, a percuotere corde vocali e tensioni personali, paure e frenesie, voci e melodie. Sullo sfondo sagome di grattacieli e luci al neon, in un teatrino d’ombre antiche, e al centro lui – in divisa da ussaro – a tessere trame di quello che sarà uno struggente viaggio tra la pianura padana e New Orleans, tra le balere della «bassa» e le milonghe di Buenos Aires, tra i mosconi da bar e fantasmatiche balene marquesiane. Lui è Vinicio Capossela, amato come cantautore, esploso come romanziere e ora attore e regista di uno spettacolo che difficilmente può incasellarsi nella forma stereotipa del «reading».

Non si muore tutte le mattine, la bocca parla per trabocco del cuore, questo il titolo della performance vitalissima e struggente, che Capossela, con la complicità di Gak Sato e Alessandro Stefana, ha da poco presentato al Teatro Palladium di Roma, nell’ambito della tournée che lo sta portando in giro per l’Italia. Ed è uno spettacolo in cui Capossela si inventa un teatro a sua immagine e somiglianza: doloroso di nostalgie e amori perduti, di amicizie e lealtà, di miti e sogni, di canzoni e parole.

La scena è invasa da microfoni e strumenti, il pianoforte a cui siederà per far vibrare le Variazioni Goldberg, in un omaggio a Glenn Gould, e per accennare a As time goes by mentre lui, ussaro appiedato, stanco di battaglie troppo spesso vicine alla sconfitta, racconta il suo mondo. Il dolore, qui, è quello di un uomo ormai vicino ai quaranta, disilluso e ancora sognatore, che ha capito che per la vita non si può prendere «liscia»: meglio sporcarla di alcool e di ricordi, quei «ricordi che portano sempre al bar», amari e sudati come corpi dopo una notte di tanghi. Davanti ad un bancone, dietro un tavolino, nelle strade di notte c’è lo spazio per la memoria, o per quegli amori troppo facili: «è semplice l’amore, e le semplici cose le divora il tempo…», per quelle donne perse e sempre ricordate…

Ma vale la pena andare avanti, dice Capossela con un sorriso amaro: sognando sul be-bop di Charlie Parker, sul pianoforte di Tony Castellano o sulla divina melodia della Butterfly di Puccini. Il racconto si dipana per allitterazioni ed evocazioni, per parole inventate e dialetti impastati, per lingue sconosciute e ritmi sincopati, e accompagna beffardo le capitolazioni di un uomo alle prese con una solitudine che nemmeno un bicchiere sempre pieno può lavare via. I segni di una vita dolce e bellissima, e dolorosa e amara, faticosa e aspra, i segni di un mondo notturno sono là, come in quelle ombre che affascinanti colorano lo sfondo del teatro: sagome di ballerini e musicisti, di motel desolati dove avrebbe potuto vivere John Fante, o di bettole che Bukowski avrebbe amato. Capossela, sopravvissuto ai ricordi, istrione ironico sempre piegato su se stesso, figura magnetica e sfuggente, rimanda a Karl Valentin o a Petrolini, a Lenny Bruce e a Gaber, a Tom Waits e Carlos Gardel,a Kerouac e Ferlinghetti… Ma alla fine è lui, a creare intimità con gli spettatori, trasformando il Palladium in una balera sconsolata e facendo del pubblico un avventore seduto in silenzio di fronte ad un clochard filosofo che racconta la vita bevendo vino.

Con le mirabolanti tecnologie musicali di Gak Sato (kaos pad e campionatori), la complicità sonora di Stafana (pedal steel guitar, giradischi e magnetofoni), con la sonorizzazione raffinata di Marco Tagliola, e con il poetico ed evocativo gioco di ombre di Massimo Albarello, Federica Balosso, Corallina de Maria e Alessio Rongione, il teatro di Vinicio Capossela è un appassionato viaggio al termine della notte, due ore di parole che evocano fantasmi e che aprono abissi di silenzi…

Nella foto, Vinicio Capossela